agosto 2015
Introduzione – Prof. Daniele Paolin – Responsabile progetto espositivo
Il corso Processi e tecniche per lo spettacolo multimediale ha volentieri aderito all’invito del Direttore del Dipartimento di Progettazione, Prof. Roberto Favaro, ad una riflessione sul tema FAME/FEIM con particolare attenzione alla pronuncia ed al suo significato in lingua inglese: FAMA. Questo tema è stato sviluppato dagli studenti del biennio di specializzazione della Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte, nel corso del’A.A. 2014/15, in concomitanza con i preparativi per EXPO 2015 a cui la città di Milano ha dedicato sforzi organizzativi considerevoli.
Al tema della fama gli studenti hanno prestato un’attenzione del tutto particolare, innanzitutto come studiosi di nuove tecnologie, e poi come giovani “nativi digitali” particolarmente attenti, da un punto di vista critico, a fenomeni del tutto nuovi legati ai social network e a quella che viene comunemente definita “web-attenzione” in cui aspetti specifici e diffusi del concetto di “fama” inducono a comportamenti nei quali l’apparire diventa sempre più importante dell’essere.
Il fenomeno non è del tutto nuovo e già da qualche anno anche la letteratura psichiatrica si occupa di questi argomenti. Termini quali I.A.D. più in generale (Internet Addiction Disorder – dipendenza dalla rete, disturbo da discontrollo degli impulsi) e più in particolare S.N.D. (Sindrome Narcisistica Digitale) sono tutt’ora oggetto di ricerca e di studio. Secondo questi studi, la rete partecipativa (definita web 2.0) incoraggerebbe lo sviluppo della cultura narcisistica, arrivando a fenomeni parossistici sconcertanti come la web-tv personale online 24 ore su 24 o le cosiddette “impronte digitali” (digital footprints) lasciate in giro sui vari social per essere ri-conosciuti.
Esiste anche un quoziente numerico (chiamato QDOS) che calcola il numero di contatti per avere approvazioni, riconoscimenti o conferme e funziona quasi come un antidepressivo tecnologico o come vetrina per la propria vanità o per la ricerca di un non bene identificato successo: una sorta di digito ergo sum, come è stato definito.
L’approccio al tema della fama è stato dunque motivo di un’analisi minuziosa ed ogni studente ha intravvisto la possibilità di coinvolgere una platea molto più vasta nelle sue riflessioni attraverso i nuovi linguaggi dell’arte. Quasi un’autocritica da parte di nuove tecnologie che pur se è vero che hanno portato metodi innovativi di comunicazione e diffusione della cultura, d’altro canto possono portare ad una sorta di squilibrata “bulimia” tecnologica da cui è difficile uscire e che può presentare anche aspetti imprevisti molto pericolosi come ha ben evidenziato il film Disconnect di Henry Alex Rubin.
Queste considerazioni visive vogliono essere una sorta di segnale di pericolo, non spaventoso ma quasi ironico: un invito a valutare sempre e comunque la sostanziale differenza fra real-life e virtual-life e quindi evitare di confonderle o di creare equivoci e squilibrati mixaggi, come sostiene il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman in un recente articolo:
[…]Va detto che il sopraccitato inventario dei vizi e delle virtù effettive e potenziali della suddivisione del Lebenswelt (“mondo della vita”) in un universo online e offline è tutt’altro che completo. […] Nonostante tutto quello che al momento si possa sostenere, una delle conseguenze meno allettanti riguarda il prezzo da pagare per i risultati più grandi ottenuti dall’universo online in termini di comodità, facilità, assenza di rischio e incoraggiando una tendenza a trapiantare le concezioni del mondo fatte a misura dell’ambiente online nel suo corrispettivo offline, a cui possono essere applicati a costo di un grande danno etico e sociale.
I temi
L’apparire e l’immagine di sé sono stati da subito oggetto di particolare attenzione ed analisi ma anche recepiti come centro di un neo narcisismo, ‘male’ psicologico dilagante, secondo gli esperti, che ha effetti negativi sulle relazioni personali ma anche come problema sociale, perché “i comportamenti narcisistici degli adulti – avvertono gli specialisti – minano le relazioni fra le persone, danneggiando l’efficienza di aziende e istituzioni”.
E “Lo schermo dello smartphone è la versione moderna del lago di Narciso, una superficie piatta, senza spessore, in cui ci si specchia. Con il selfie l’immagine viene rinviata su diversi canali e poi torna indietro: resta una continua ricerca della propria immagine”, spiega Paolo Chiari, segretario scientifico del Centro milanese di psicanalisi. Il narcisismo, continua l’esperto, “è la ricerca di un sé grandioso che ha bisogno di essere visto e ammirato, ma che nasconde carenze”.
Quali carenze? Soprattutto culturali, esistenziali, sociali, critiche: ci sono disastri personali, legati, all’incapacità di costruire relazioni, e sociali perché al narcisista manca la capacità di cooperare, di stare e lavorare insieme. Ha bisogno solo di primeggiare.
Attraverso l’uso dell’immagine, aggiunge Chiari, “testimonia un esserci che non è realmente sentito: insomma una conferma di esistere che viene rimbalzata attraverso dei mezzi, apparentemente di ‘comunicazione’, ma che in realtà restano in superficie e non permettono di creare vere relazioni”.
Il titolo dell’intervento espositivo prende il via dal termine “fame” che a seconda lo si legga in italiano o in inglese, acquista significati diversi ma che accusano qualche complementarietà anche nell’arte: fame/fama.
A tale riguardo Eugenio Barba, uomo di teatro, disse:
“Il sogno di godere della celebrità e il bisogno di sfuggire la miseria: la vita del teatro per secoli si è mossa fra queste due sponde trovandovi energia e consistenza.
Fama? Fame?
Le due sponde non sono un bivio. Opposte, ma sostanzialmente identiche, sono l’una complementare all’altra.”
Ed Andy Warhol, il famoso artista della Pop Art, negli anni ’60 ebbe a dire:
“Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti!”. Quasi una profezia.
I significati
L’ambiguità del termine italiano/inglese di “fame” (fama) è interrotta nel titolo da una [r] che la trasforma in “frame” il cui senso letterale è “cornice”, “struttura”, ma come sempre capita nella lingua inglese, a seconda si riferisca ad ambiti e campi diversi, assume altri significati: nel cinema “fotogramma” o immagine fissa, in informatica “pacchetto di bit che costituisce un’unità strutturata di informazioni”, nella semantica “codifica un oggetto, un evento o una situazione identificando le unità lessicali che lo denotano e i ruoli semantici che vi partecipano” ecc.
Fame-frame è apparso da subito un collegamento fra fama ed immagine-frammento video, uno dei settori di applicazione degli studenti della Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte.
Frame è quindi la cornice in cui siamo inseriti, la cornice entro la quale veniamo visti, la struttura che regge il fatto di esistere digitalmente: gli attimi che si succedono altro non sembrano che frame delle nostre vite.
Sequenza dopo sequenza “the life goes on”… e senza una cornice ci si sente nessuno: somma paura contemporanea dell’anonimato, un anonimato che non lascia tracce. Che cosa di più adatto e di più utile se non l’informatica, la rete, il digitale per lasciar traccia?
Ma frame, nell’accezione informatica, altra materia alla base degli studi di Nuove Tecnologie dell’Arte, ha il significato di “pacchetto di bit che costituisce un’unità strutturata di informazioni” e cioè la traduzione di piccoli concetti che si fanno comunicazione, mostra, esposizione, come in questo caso.
Le riflessioni
Il gruppo di studenti che ha indagato su questi temi, lo ha fatto in maniera critica soprattutto nei riguardi degli strumenti, dei device dei social in rete, della tv commerciale, mondi che si stanno contaminando in una sorta di forsennata corsa verso l’omologazione, la convenzione culturale e sociale, l’appiattimento e relativo consumo seriale. Non risparmiando neppure numerosi aspetti dell’Arte “ufficiale”. La discussione è stata serrata e le individualità hanno ben presto lasciato il posto ad una convergenza sostanziale, soprattutto sui contenuti. Interessante è stato soprattutto il dipanarsi di sfaccettature e sfumature che inizialmente sembravano inconciliabili. Si è verificata una sorta di metamorfosi che il filosofo Mario Costa, studioso dell’impatto delle nuove tecnologie sull’arte e sull’estetica, ha così ben definito in una recente intervista:
Più che “artisti tecnologici” io preferisco chiamarli “ricercatori estetici”. […] non sono affatto convinto che la funzione dell'”artista”, di quello che una volta era l'”artista”, oggi sia venuta meno, sia inutile e debba essere eliminata. Sostengo, viceversa, che il ruolo dell’artista sia profondamente mutato. Gli artisti tecnologici o i ricercatori estetici devono oggi rinunciare – e lo fanno già – ad alcune componenti fondamentali di quello che era l’artista della tradizione. Loro lavorano prevalentemente sul piano del concetto […] Il concetto è condivisibile. Questo significa che la produzione può essere, deve essere, e in molti casi lo è già, una produzione concertata, collettiva. Significa che la proprietà esclusiva dell’opera è una nozione arcaica, così come lo stile che una volta caratterizzava l’artista […] è l’artista che tende assolutamente alla proprietà esclusiva dell’opera. Molti artisti tecnologici hanno già superato, nei fatti, tutto questo.[…] Oggi, a mio avviso, l’estetica deve molto di più tematizzare, molto di più problematizzare la situazione che le nuove cose, le nuove tecniche, le nuove energie ci hanno costretto a considerare. Una vera e propria riflessione estetologica su quello che sta avvenendo oggi […]
Siamo continuamente bombardati da stimoli, opinioni, notizie, report, indagini; bocche, occhi che parlano, si sovrappongono in un rumore di fondo, un noise che disorienta, fisicamente, psicologicamente. E quando cerchiamo di isolare qualche segnale, rendendolo vagamente più distinto e comprensibile, sovente la sensibilità dell’artista viene pervasa da una sorta di delusione di contenuti, di vacuità del messaggio, dell’inutilità della comunicazione. La fame di bellezza, la fame di cultura, la fame di sapere viene disattesa, in uno spreco comunicativo che avrebbe altro valore sociale.
Non resta che l’isolamento: il costruirsi uno spazio, una sorta di “tana”, quello che è stato definito uno pseudo-ambiente parzializzante ed esclusivo. Un foro stenopeico attraverso il quale analizzare particella per particella, non considerando più un “tutto”.
Logica conseguenza è rivolgersi all’io, un’attenzione che in teoria avrebbe un’importanza fondamentale sfrondandola dai pericolosi gorghi dell’egoismo, dell’egocentrismo e del narcisismo. Il continuo richiamo, però, della giungla sociale, al suo corteggiamento consumistico, alle sue promesse, alle sindromi di celebrità e successo, porta definitivamente verso l’alterazione della propria immagine: si scopre, a torto o a ragione, di essere pieni di difetti, fisici, psicologici, caratteriali, esistenziali, che poco hanno a che fare con la vera omologazione e che pertanto sfocia nella paura di non essere nessuno.
Nasce il bisogno di “ritoccare” la propria immagine, di renderla “fruibile”, diffondibile, fino ad alterarne i dati. Quello che era il vanto di Odisseo cade miseramente dentro una vera e propria fobia… Complice quel dispositivo piatto continuamente illuminato che è lo schermo: solo oltrepassandolo saremo qualcuno! Uno Stige al contrario…
Esiste un Prima e un Dopo: prima di attraversare quel monitor riusciamo ad avere quella che viene definita spontaneità, probabile vera essenza personale; ma attraversato quel velo di Maya (Der Schleier der Maya, dunque l’invenzione di Arthur Schopenhauer, coniata per la prima volta ne Il mondo come volontà e rappresentazione) non siamo più noi, né nella postura, né nell’atteggiamento e quindi non ci assomigliamo più, siamo altro, quell’altro che cerchiamo di essere e che ritocchiamo in continuazione. Lo si può notare in quel fenomeno ormai abusato quale il selfie: invasione di autoritratti dalla spontaneità eccessiva, smisurata, sbilanciata, che strizza l’occhio al compiacimento goliardico nel ridicolo della sua inutilità.
Ovvio che la proliferazione di qualsiasi fenomeno venga assorbita da un “mercato”, sempre più attento alle metamorfosi, pur se malate, della società contemporanea..
« In tutte le civiltà umane esiste l’idea di mercato come luogo deputato all’incontro tra persone con bisogni diversi che desiderano scambiare beni e servizi. La caratteristica dei mercati di oggi è che lo scambio è guidato non dai bisogni, ma dal profitto. È pura ideologia pensare che la società possa funzionare al meglio lasciando i mercati liberi di perseguire il profitto, e che i mercati possano operare efficacemente soltanto limitando le interferenze al minimo. Le regole che governano il funzionamento dei mercati sono stabilite dai potenti; il nostro dramma è aver permesso che questo accadesse »
(Raj Patel, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, p.27)
Il mercato dunque s’impadronisce di questi fenomeni e li razionalizza in un “allevamento”, dentro metaforiche stie da cui è quasi impossibile uscire e che costringono a produrre in continuazione.
Ma è proprio la rete che ci apre gli occhi: come riferisce il sito Wired, lo studente di architettura André Ford ha elaborato un’idea del professor Thompson, suggerendo la “soluzione pollo senza testa.”
Questa implica la rimozione della corteccia cerebrale dell’animale per attenuare le sue percezioni sensoriali, in modo che possa essere allevato nelle condizioni di affollamento senza tanta sofferenza. Il tronco encefalico rimarrebbe intatto, in modo da permettergli la crescita.
Il ragionamento alla base della proposta del signor Ford è stato duplice: soddisfare la crescente domanda di carne e migliorare il benessere dei polli togliendo ad essi la sensibilità agli orrori della loro esistenza.
Una produzione de-mente… Ma è altrettanto ovvio che la rete, se da un lato permette l’informazione e la diffusione di concetti, notizie, idee, dall’altro può essere bugiarda: è un altro aspetto delle facili credenze e delle facili opinioni che ci si possono fare in rete. “Siamo caduti nella rete” è una metafora di una altrettanto probabile realtà.
Qualsiasi bugia, scientifica o meno, viene assorbita, digerita proprio come il mangime per i polli nella stia. Pertanto molte persone, in assoluta bona fede e possedendo nella maggior parte dei casi anche un livello di cultura medio alta, diventano strumenti inconsapevoli di un meccanismo perverso, che in molti casi ritornerà anche a distanza di anni, perché essendo la Rete bulimica, la notizia verrà dimenticata in un giorno, ma ritornerà.
Solo il vecchio metodo della citazione della fonte e della sua competenza potrà fermare questa bulimia? Oppure il rinnovamento di un metodo critico nell’intero sistema educativo?
Meccanismo perverso bulimico e voyeristico, dunque, che ci porta a filtrare la realtà, tanto da confonderla, nella sua apparenza spesso così fedele, con l’esistenza stessa.. Si è quello che si vede, ma non è proprio così… Passiamo indifferentemente fra una realtà suggerita ed una vissuta in modo eccessivamente disinvolto, sempre più spesso confondendole.
L’arte e la sua percezione sono vittime quasi dello stesso processo: le grandi firme fagocitano ogni tensione creativa sul cosiddetto “mercato”. Il divismo in architettura e arte ha letteralmente inebriato e polarizzato tutte le attenzioni dei media: il nome più che la creazione e le sue motivazioni attraggono il cosiddetto “grande pubblico” ormai degente, ma la realtà dello studio quotidiano di migliaia di studenti che si apprestano a diventare degli operatori nei settori artistici è fatta di solo sacrificio, di abnegazione, di impegno, nell’ombra degli studi, degli atelier, delle aule, di biblioteche, senza nessun tipo di riconoscimento e valorizzazione sociale o di approvazione mediatica e sempre più spesso con un futuro incerto o nebuloso. Ma si dimentica che molti di loro saranno i protagonisti della futura cultura: anonime creature, anonime figure che produrranno bellezza quand’anche non la producano già. Esiste una dissociazione palese, in questo caso, fra arte-fatto e art-ista, risultato di fenomenologia pubblica dicotomica.
Qualche tempo addietro mi sono divertito a trascrivere una serie di pensieri del Prof. Edoardo Lombardi Vallauri che avevo sentito alla radio, in auto, e poi ho trovato in rete in podcast. Davvero interessanti.
Radio 3: Castelli in aria – Edoardo Lombardi Vallauri
Perché c’è in giro tanta incapacità? Perché le prestazioni che richiediamo o di cui abbiamo bisogno, sono così spesso tanto deludenti? Treni in ritardo, riparazioni che non funzionano, consulenze sballate, informazioni sbagliate ovunque, il sito del cinema o il giornale che riporta l’orario di un film e poi arrivi e trovi un altro film o un altro orario? Perché viene l’idraulico, monta i sanitari e la tavoletta del cesso non sta diritta? Perché lui ha montato per l’ennesima volta nella sua vita la tavoletta troppo vicina alla parete in modo che il serbatoio dell’acqua crea uno spessore tale per cui poi la tavoletta è stretta e devi tenerla su con le mani sennò non sta diritta? Non fa altro: deve montare 5 tipi di sanitari: sostanzialmente lavandini, bidet, docce, vasche, tazze del gabinetto e ancora una volta viene a casa tua e la monta sbagliata? Perché la gente fa tanti errori? Sembra stupefacente, cioè sembra strano che chi fa un certo mestiere tutto il tempo possa commettere errori che chiunque sarebbe capace di evitare. Beh, con il solito nostro atteggiamento abusivamente semplificatorio, quindi anche semplicistico, cercheremo di dimostrare che non solo non c’è da stupirsi, ma che è assolutamente normale che la gente, nell’esercizio delle sue funzioni, faccia continuamente errori e anzi noteremo che ci sarebbe da stupirsi se, quando richiediamo una prestazione, questa venisse svolta in maniera soddisfacente. Dunque, viene l’idraulico perché c’era un rubinetto che gocciolava modestamente; abbiamo anche aspettato tanto a chiamarlo, poi prima di venire lui ha aspettato ancora di più, viene e naturalmente lo smonta per riparalo, lo mette a posto, se ne va e dopo un’ora ci accorgiamo che c’è una mostruosa perdita d’acqua nel muro posteriore al lavandino oppure andiamo alla stazione dove il nostro treno è annunciato con 45 minuti di ritardo, ne vediamo un altro che è annunciato nella stessa direzione, ci saliamo al volo dopo aver controllato che sulle carrozze sia segnata la nostra direzione e il treno parte nell’altra direzione. Ci lamentiamo, orripilati, con il personale che candidamente ci dice: “Sì! E’ vero: i display sono rotti!”. Tutte cose che succedono, ma perché succedono? Perché c’è tanta incuria? Incuria e incapacità? Di solito ci stupiamo, cioè noi pensiamo che venga l’idraulico, in tuta da idraulico per così dire, e quindi sappia riparare il lavandino, e invece no: poi l’idraulico si dimostra incapace di riparare il lavandino oppure quante volte noi all’artigiano dobbiamo suggerire la cosa giusta da fare sul nostro lavandino, sul nostro lampadario, sul nostro muro, sulla nostra porta? Perché l’occhio interessato del proprietario, vede meglio dell’occhio dell’artigiano la cosa da fare anche se l’artigiano fa otto ore al giorno, da quarant’anni, quel mestiere e noi non lo abbiamo mai fatto: perché ci troviamo in questa situazione?
Secondo me non dobbiamo stupircene e partirei da una costatazione un po’ lontana da tutto ciò ed è questa: a scuola, ogni 25/30 ragazzi, c’è un “primo della classe”. Il primo della classe è quello che quando arriva il compito di matematica lo fa tutto giusto oppure solo con un piccolo errore. Poi ce ne sono un altro paio che mettono qualche errorino, altri che lo fanno passabilmente, ma il grosso della classe ci mette un sacco di errori e la cosa normale è che la maggior parte delle persone faccia un sacco di errori, sia profondamente imperfetta in quello che fa, per mancanza di attenzione, di intelligenza, di capacità generale. Ecco: nessuno si stupisce del fatto che un compito di matematica venga restituito dalla maggior parte degli studenti con un grande numero di errori, un numero di errori tali che se li facesse un artigiano nell’esercizio delle sue funzioni sarebbero assolutamente inaccettabili. Allora, se noi umani siamo in gran parte degli incapaci e siamo in gran parte incapaci perché (poi parliamo di matematica ma naturalmente quello che fa bene il compito di matematica potrebbe anche far male quello di un’altra materia e comunque non ci sono solo le materie di scuola) tutti noi siamo probabilmente più degli incapaci che dei capaci: siamo soggetti all’errore nella stragrande maggioranza delle cose che facciamo in maniera continua. Allora questo si vede a scuola e nessuno si stupisce: lì si vede molto bene; il compito è lì, su carta, nero su bianco, e gli errori vengono segnati in rosso e nessuno si stupisce. Perché le stesse persone, quando smettono di andare a scuola, e fanno anche una scuola professionalizzante, anche lì fanno errori; però poi quando indossano le vesti del fornitore, del ferroviere, dell’artigiano, del riparatore, dovrebbero miracolosamente diventare quelli che fanno tutto il compito di matematica senza fare neppure un errore? Possono i non primi della classe diventare primi della classe tutti quanti solo perché ad un certo punto comprano un furgoncino e ci fanno serigrafare sopra “termo-idraulica Tizio”? Certamente no. Rimangono persone che fanno moltissimi errori, a volte persone che fanno “soprattutto” errori. E allora i treni sono in ritardo, i professori insegnano male, i consulenti finanziari ti consigliano qualcosa che ti rovina i pochi soldi che avevi, e non è strano perché la maggior parte delle persone che fanno questi lavori, hanno un tasso di impegno e di capacità simile a quelli che avevano a scuola dove nessuno si stupisce e dove anche nessuno si lamenta perché, in fondo, il compito di matematica sbagliato resta lì, non ha conseguenze, non crea una infiltrazione di acqua nel muro, non crea un ritardo del treno. Ma alla base di tutti questi disservizi ci sono le stesse incapacità: siamo una specie umana, siamo una specie animale, che ha le sue imperfezioni; non siamo delle macchine teoriche perfette e quindi mettiamo errori dappertutto. Bene: allora aspettiamoci che gli errori ce li metta anche l’idraulico nel suo riparare il nostro lavandino.
D’altra parte i sistemi complessi, le società funzionano nonostante questa natura di “non primi della classe” delle persone: perché? Perché possono supplire all’incapacità del singolo l’organizzazione e la disciplina. Se ci si dà un’organizzazione che prevede dei protocolli precisi da eseguire per ottenere dei risultati, anche l’incapace che è in ognuno di noi, anche il non primo della classe che è in ognuno di noi può arrivare fino ad eseguire passo passo questi protocolli e quindi se gli impiegati delle ferrovie rispettano esattamente i protocolli, i treni arrivano in orario, e se l’idraulico fa esattamente quello che è scritto nel libretto di riparazione del rubinetto, il rubinetto viene riparato e senza che si producano delle perdite orribili nel muro. E questo spiega perché i treni italiani, per esempio, sono gli unici treni in ritardo del mondo civilizzato perché l’Italia è l’unico paese dov’è impossibile ottenere disciplina in obbedienza ad un’organizzazione: quindi gli italiani, l’italiano medio è mediocre come il tedesco medio, l’inglese medio, il francese medio, il giapponese medio, il brasiliano medio, anzi, l’italiano è meno mediocre probabilmente proprio perché altrimenti, non essendo capace di obbedire ad un’organizzazione, andremmo a fondo. Ma comunque il mediocre tedesco, austriaco o svizzero, siccome si adegua perfettamente ai protocolli stabiliti dalla sua organizzazione poi fa funzionare le cose, mentre l’italiano non si adegua e quindi non fa funzionare un bel niente.
In che cosa consiste il “fare errori”? Abbiamo detto che siamo degli incapaci, ma cosa vuol dire essere degli incapaci? Certamente, in un certo senso, vuol dire essere incapaci di coordinarsi con la realtà, di aderire alla realtà, di regolarsi sulla realtà. All’idraulico, non molto bravo, hanno insegnato a cambiare le guarnizioni e gli hanno detto quello che de ve fare, ma al lato pratico poi fallisce perché smontando il lavandino non si rende conto che nella realtà, al di là di quello che c’era scritto sul libro, ha compiuto un atto che avrà delle conseguenze. Un personaggio che comanda in questo paese, non recentemente ha scritto al padre di Eluana Englaro, che giaceva da anni in uno stato di debilitazione terminale, tenuta in vita soltanto in maniera artificiale. Ha scritto esattamente queste parole: “Mi dicono che ha un bell’aspetto e che potrebbe ancora essere madre”. Il padre ad un certo punto ha sbottato e ha detto: “Senti: vienila a vedere, non puoi scrivere “ha un bell’aspetto e può ancora essere madre”!
Su cosa si basa l’affermazione “Mi dicono che ha un bell’aspetto e che potrebbe ancora essere madre”? Quest’affermazione parte da un concetto e non dalla realtà. Probabilmente nella cartella clinica di Eluana c’era scritto che l’apparato riproduttivo non era compromesso, cioè che non aveva danni specifici all’apparato riproduttivo; allora, partendo dal concetto di apparato riproduttivo non compromesso, la persona stupida può benissimo trarre la conclusione che la paziente potrebbe essere madre perché ha l’apparato riproduttivo non compromesso, perché ha considerato il concetto e non la realtà che soggiace a quel concetto. La realtà che soggiace a quel concetto è che l’apparato riproduttivo non è compromesso, ma in una situazione come quella reale, se la si immagina, poi si capisce senza bisogno di spiegare altro: in una situazione reale in cui si trova, larvale, la persona tenuta in vita da anni soltanto con mezzi artificiali, poco conta che non abbia danni specifici all’apparato riproduttivo, non potrebbe mai, neanche lontanissimamente, avere alcun evento riproduttivo; non potrebbe mai diventare madre. A meno che quell’affermazione non sia fatta in malafede, per raccattare consensi, per sciacallare consensi sulla pelle di Eluana Englaro. Quella è un’affermazione stupida, o è astutissima o è stupida ed è stupida nel senso che parte da un concetto invece di partire dalla realtà. E cioè la stupidità può consistere nel non accorgersi che una cosa magari sul piano formale, verbale, sul piano della deduzione del senso, funziona, ma è sul piano della realtà che non funziona. Cioè nel non accorgersi che le parole che diciamo non sono veramente aderenti alla realtà: aderiamo ad un’idea prescindendo dalla realtà. Questo è il pensiero che si può chiamare, per così dire, magico e sentimentale. Ci accontentiamo di formulazioni che evocano concetti e pensiamo che le cose vadano nel modo di quelle formulazioni e di quei concetti, senza andare a controllare se le cose nella realtà vadano così. Ma, si badi, questo non è un pensare irrazionale o illogico, anzi è basato proprio sul logos, sulla parola, (logos termine greco: sta per parola).
Partendo dal logos, dalla formulazione, dalla enunciazione di cose, si può essere comunque tratti in errore perché non si controlla se questa enunciazione corrisponde alla realtà. Per esempio: l’idraulico sa che bisogna mettere la guarnizione nel suo alloggiamento e se si basa solo su questo non è sensibile al problema, ma poi l’alloggiamento avrà una piccola protuberanza di ruggine per cui una volta messa la guarnizione comunque non la tiene a tappare: l’importante è che la guarnizione tappi, che vada in piena battuta, in piena aderenza; quindi non basta seguire le istruzioni in parole “la guarnizione va messa lì”: bisogna poi che nella realtà la guarnizione faccia quello che le si chiede. Ecco: spesso questo passo di confronto delle parole, delle formulazioni, delle concettualizzazioni che abbiamo con la realtà concreta, non viene fatto ed è proprio dello stupido; e lo stupido che può anche essere dotto, può anche parlare benissimo, ma è stupido nel senso che non capisce davvero la realtà. Allora quello che dice: “Si, si poi mi sbrigo e arrivo in orario” e non pensa concretamente a tutti gli atti che dovrà compiere, poi arriva in ritardo e ha detto stupidamente “arrivo” perché gli è bastato dire “poi mi sbrigo” per pensare che poi in questo ci fosse la soluzione. Quanta gente funziona così…le basta dire “poi mi sbrigo” ed è convinta di avere prodotto la soluzione. La soluzione sta nel potere concretamente superare tutti i passi che ci vogliono per arrivare, compreso il parcheggiare la macchina all’ora di punta ecc. ecc. Questa è una stupidità diffusa che consiste nel confrontarsi davvero con la realtà nei suoi dettagli.
E allora, per esempio, ci sono persone che in questo pensiero, in qualche modo magico, credono. Credono che una volta detto: “lui verrà raggiunto da un influsso del pianeta Venere e quindi ti amerà di nuovo perché io con questa pozione renderò più sensibile questa parte del suo corpo all’influsso del pianeta Venere”, quando si sentono raccontare un discorso del genere, dato che sono superstiziosi, credono nell’astrologia e in quant’altro, ci credono veramente. E una formulazione del genere gli torna, dal punto di vista logico torna, salvo il fatto che è campata in aria e non è campata sulla realtà ed è stupidità pensare che questo abbia a che fare con la realtà. C’è gente che crede che le costellazioni possano esercitare un influsso sulla nostra vita perché crede che le costellazioni esistano, e perché crede che esistano? Perché hanno un nome, perché vengono disegnate; in realtà le stelle di una costellazione, che viste in proiezione da noi, viste una accanto all’altra, sembrano vicine, in profondità cioè in distanza, possono essere molto più distanti fra loro di quanto ciascuna di loro non lo sia rispetto a stelle di altre costellazioni: nella realtà le costellazioni proprio non esistono perché in profondità sono lontanissime fra loro le stelle della stessa costellazione! Se non si cerca di capire cos’è davvero una costellazione, si può pensare che le costellazioni siano cose che esistono e poi si può arrivare a pensare addirittura che abbiano un influsso sulla vita degli esseri umani.
Questo modo di funzionare è frequentissimo ed è quello appunto dei non primi della classe, cioè di quelli che fanno le cose in maniera staccata dalla realtà e quindi commettono continui errori perché le loro azioni non sono adatte ad intervenire sulla realtà. Sono quelli che dicono: “L’eccezione che conferma la regola”. L’eccezione non conferma la regola! L’eccezione distrugge la regola. Se c’è un’eccezione vuol dire che non c’è una regola. Il fatto che esistano le parole “L’eccezione che conferma la regola” può funzionare, può convincere, può essere adoperato in qualche senso soltanto da chi rinuncia ad avere un vero contatto con la realtà. E chi sono queste persone? La grande maggioranza, appunto.
Con qualche pessimismo siamo arrivati a dire che la maggioranza di noi è incapace, cioè non si sa relazionare con la realtà, commette continui errori. Io sto facendo il grillo parlante, sto dicendo: “Ah, tutti sbagliano” ma in realtà sbaglio io in continuazione ed anche nelle cose di cui sono specialista, figurarsi in quelle cose di cui non sono specialista. Dobbiamo accettare l’idea che siamo scarsamente in presa diretta con la realtà. Comunque perché sbagliamo tanto? Io direi che sbagliamo tanto perché siamo ignoranti. É l’ignoranza di come stanno veramente le cose che ti fa agire in un modo che non è relazionato, non è coordinato, non può essere efficiente nei confronti delle cose così come stanno.
Per vedere la realtà come è davvero, bisogna sapere moltissimo, perché la realtà è enormemente complicata, è fatta di cose plurime ed estremamente complicate. É più facile rendersi conto di questo scollamento tra noi e la realtà immaginando come eravamo un po’ di tempo fa…L’umanità primitiva che è anche l’umanità attuale nelle sue forme ancora primitive, vedeva nella realtà cose che non c’erano assolutamente e vedeva cose che non c’erano perché non vedeva bene quelle che c’erano. Cioè proiettava sulla realtà spiegazioni basate sulla nostra introspezione, sulla nostra esperienza; in base a ciò che conosceva davvero, vedeva la realtà, per cui tipicamente metteva principi spirituali, entità dotate di coscienza e volontà, personalità buone e cattive un po’ dappertutto nella natura: demoni, spiriti animatori delle varie cose, divinità piccole e grandi, forze sovrannaturali: tutte cose assolutamente inventate che noi abbiamo proiettato nella natura, nella realtà perché non sapendo darci delle spiegazioni reali, realistiche, abbiamo cercato di dare spiegazioni che somigliassero a ciò che conoscevamo. Naturalmente l’umanità ha sempre conosciuto il proprio io; ognuno ha sempre saputo istintivamente che cos’è il dire io, un essere persona e allora ha cercato di dare spiegazioni alle cose della natura attraverso questa cosa che conosceva bene. Tutte queste piccole divinità, queste forze animate, sono state spazzate via dalla conoscenza. La conoscenza della fisica, della chimica, della biologia, della psicologia, della anatomofisiologia, hanno spazzato via tutte le spiegazioni sballate. É chiaro che finché io non so che c’è un virus o un batterio o un piccolo agente patogeno che causa certe modificazioni patologiche dell’organismo ecc., se non so che c’è un virus cerco un’altra spiegazione e allora cosa mi invento? Mi invento un male, una punizione divina oppure l’untore: Renzo Tramaglino, nei Promessi sposi, di Manzoni, immaginato durante la peste del 1630, viene accusato e inseguito come “untore”, cioè come diffusore del male e in una maniera del tutto fantasiosa si vuol dare la colpa ad una persona perché non si sa che la colpa è invece di qualcosa di preciso, che poi una volta scoperto spazzerà via qualsiasi idea di untore. Quindi la conoscenza di ciò che non si vede immediatamente, spazza via le spiegazioni per esempio animistiche, superstiziose, le spiegazioni attraverso ciò che già conosciamo come persone, entità animate che fanno accadere le cose. Dunque chi è ignorante non vede la realtà com’è ma tende a proiettarci il poco che conosce: non gli viene neanche in mente di confrontarsi seriamente con la realtà. Se si ha esperienza di spiegazioni vere, se si ha esperienza della fisica, della chimica, allora poi si cercano sempre delle spiegazioni dello stesso tipo, ma se non se ne ha esperienza ci si accontenta di cercare sempre spiegazioni istintivamente prodotte del tipo “c’è una personalità, una divinità, una forza non meglio specificata che fa succedere questa cosa”; e allora ci si lascia imbonire dalla televisione, ci si lascia imbonire dalle varie superstizioni o religioni che forniscono spiegazioni fantasiose, spesso interessate. Però il problema è anche che se si prova ad entrare in contatto diretto con la realtà, si ha difficoltà a vedere la differenza fra le spiegazioni fantasiose e tra le spiegazioni superstiziose, magiche e le spiegazioni vere perché ci vuole una competenza per vedere questa differenza. Senza i mezzi adeguati, cioè senza le scienze, anche un forte impegno per tener conto della realtà può sortire poco effetto. E quindi si continuano a vedere fantasmi dappertutto. Se uno non conosce il virus, pensa alla punizione divina; se non si sa che si stabilisce una differenza di potenziale fra il terreno e il cielo, pensa che sia stato Zeus a scagliare il fulmine e non che si sia scaricata questa differenza di potenziale; se non si sa che il calore fa salire masse d’aria che poi arrivate in alto si allargano e creano una cella convettiva, si inventerà lo spirito del vento che muove le arie ecc ecc. Cioè vedrà persone dappertutto, persone che qui intendiamo come “forze non meglio identificate” che spiegano senza spiegare in realtà quello la cui spiegazione non ci è accessibile. Allora, per aumentare questa presa sulla realtà occorrerebbe veramente che tutti sapessero più cose. In realtà avremmo bisogno di essere un mondo in cui non c’è un solo primo della classe, ma ci sono tutti primi della classe o comunque molti, veramente molti primi della classe, molti che sanno davvero cosa hanno davanti e lo sistemano senza errori. Quindi un popolo di primi della classe non avrebbe probabilmente rubinetti che perdono e non avrebbe treni in ritardo e probabilmente non si lascerebbe nemmeno governare da ridicoli figuri che raccontano menzogne macabre speculando invece su tragedie molto reali delle persone e non si lascerebbe prendere in giro da maghi che in televisione, con modeste scenografie, promettono di ridarti l’amore di lui o di lei che ti ha lasciato mettendo a contribuzione filtri, amuleti e contributi “stellari”; contributi di entità in qualche modo personali, personalizzate, immaginate in un cielo dove queste entità non esistono affatto e sono sparpagliate in maniera disordinata nei miliardi e miliardi di chilometri.
Ci siamo domandati perché ci sia così spesso da lamentarci della incapacità di chi svolge un servizio e con un solito atteggiamento semplificatorio ci siamo detti: “Beh, non c’è da stupirsi perché volere che i servizi siano sempre svolti senza errori è come pretendere che i compiti di matematica a scuola siano sempre svolti senza errori”. La realtà in cui viviamo, la realtà che siamo è che il compito di matematica viene svolto con moltissimi errori da tutti con qualche eccezione di chi lo fa un pochino meglio e allora le prestazioni che uno eroga successivamente nella vita non ci sono buone probabilità che siano di livello migliore dei suoi compiti di matematica. Perché siamo tutti così incapaci, perché la nostra presa sulla realtà è così imperfetta? Probabilmente perché davvero non siamo primi della classe e non sappiamo abbastanza. Magari sappiamo recitare delle formule, sappiamo comprendere delle formulazioni, dei concetti, ma questo assolutamente non basta perché bisogna invece rendersi conto del rapporto che c’è fra i concetti e la realtà. L’intelligenza non è soltanto comprensione di concetti ma è la capacità di entrare in contatto effettivo con la realtà così com’è. La nostra società è significativamente preda di un modo di pensare che è il contrario di questo, cioè di un modo di pensare magico, di un modo di pensare superstizioso, superficiale oppure meramente verbale, verboso: ci sono persone all’onore del mondo che dicono delle cretinate assolute perché sono concettualmente presentabili, ma non sono in rapporto con la realtà e ce la danno a bere facilmente perché noi stessi non siamo sufficientemente in rapporto con la realtà. Se conoscessimo di più la realtà, se sapessimo tutti molto meglio com’è fatta, non ci lasceremmo raccontare fandonie; se sapessimo che la realtà è chimica, fisica, anatomia, non ci lasceremmo raccontare storielle su influssi di cose che assolutamente non esistono. Certamente dobbiamo perseguire una realtà migliore, cioè una realtà umana migliore, una situazione in cui le persone sono sempre più armate contro la stupidità e l’astrazione finta. Quindi dobbiamo perseguire una realtà in cui le persone studiano di più e non, come si sta facendo adesso, una realtà in cui il sistema nazionale dell’educazione e dell’istruzione viene smantellato e combattuto dal governo stesso che dovrebbe invece difenderlo, perché poi alla fine avremo i rubinetti che si riparano meglio e i treni che arrivano più in orario: ne abbiamo bisogno proprio per ragioni banalissime…
La Repubblica
IL TEATRO ALLA RIBALTA SU IL SIPARIO
16 luglio 2011 — pagina 33-34-35 sezione: R2
Lo spettacolo dell’anno è stato l’ occupazione del Valle. Una maratona teatrale che va avanti da un mese, con duecento artisti sul palco, decine di migliaia di spettatori, recensioni sulle pagine e i siti del mondo, dal New York Times a Libération. Un sogno di mezza estate che ha trasformato il più antico teatro di Roma nella casa della cultura italiana, dove sono passati davvero tutti, in un laboratorio del futuro e finalmente in una notizia da prima pagina. Perché il problema o il luogo comune intorno al teatro è che non fa notizia, è troppo vecchio e ormai destinato a morire. Da anni, decenni. La morte del teatro va in scena, con gran successo, da quasi un secolo. Eppure resiste. Anzi rinasce. Mischia gli stili, i linguaggi, torna alla parola, usa la danza, le installazioni, i video, combina le arti e i corpi. Un mese fa il New York Times ha definito la consegna del Tony Award – il massimo riconoscimento del teatro americano – la “vera cerimonia degli Oscar”. Perché hanno più prestigio, perché innovano davvero. Tanto da diventare un premio che nobilita altre carriere. Infatti negli ultimi anni li hanno vinti anche star del cinema: Catherine Zeta-Jones, Denzel Washington o Scarlett Johansson, che spesso preferiscono Broadway. C’ è chi dirige teatri e compagnie, come Kevin Spacey e Cate Blanchett e registi che fanno avanti e indietro tra teatro e set. Sam Mendes, Oscar per American Beauty, ha fatto esordire sul palco Nicole Kidman. Persino la televisione ha bisogno del teatro: la serie di successo Glee con i suoi numeri musicali aggiorna Saranno Famosi. Così il teatro sta tornando ad essere un luogo culturale, ricercato, utilizzato come modello anche nel mainstream. Poi ci sono i grandi festival internazionali. Come ad Avignone (fino al 26 luglio), laboratorio di sperimentazioni e di classici. Da Strindberg a Genet fino alle nuove stelle Vincent Macaigne, che mischia tragedia greca e universo grunge,o la drammaturga spagnola Angélica Liddell. Eppure fino a poco tempo fa le luci sembravano spente, nell’eterna cronaca di una morte annunciata. Annunciata per la prima volta proprio al Valle, dove esordì la battuta che ha cambiato la scena del Novecento: «Chi è là in fondo?» «Siamo sei personaggi in cerca d’ autore». Il teatro doveva morire a ogni nuova invenzione del comunicare, la stampa, la radio, il cinema, la televisione. Fino a che non è arrivata l’ ultima, Internet, a rovesciare tutti i termini della questione. Nel mondo virtuale lo spettacolo dal vivo è l’unico a non patire la riproducibilità tecnica e il cannibalismo della rete,a non poter essere «scaricato» come il resto. Quindi ormai sappiamo che i nostri figli o nipoti non vedranno più una copia di giornale, una sala di cinema, una radio e un televisore, se non in un museo. Ma di sicuro prenderanno posto in un teatro per assistere a una rappresentazione dell’ultimo testo di Shakespeare, o di Sofocle, come si fa da tremila anni. Le facce giovani degli occupanti e degli spettatori del Valle di questo mese sono un segnale, fra i molti. La sottovalutazione sistematica del mondo del teatro e dello spettacolo in generale è stato in questi anni in Italia un tratto costante, quasi ideologico. Per la retorica dei politici al potere il teatro è il più inutile degli enti, uno spreco di danaro, un luogo di fannulloni mantenuti. Senza contare che in assoluto «con la cultura non si mangia», come dicono i vari Tremonti o Brunetta, in questo d’accordo. Il teatro non è per il popolo, ma per le insopportabili élite sinistrorse. Lo spettacolo non è industria, ma carrozzone. Ora, da dove vogliamo cominciare? Il teatro impopolare. Qual è lo spettacolo popolare in Italia? Naturalmente, il calcio. L’ossessione nazionale. Ebbene, nel 2010 ai botteghini teatrali per prosa, musica, lirica e balletto, si sono venduti 22 milioni 864 mila biglietti, 700 mila più del calcio. La sola prosa ha venduto 14 milioni 605 biglietti. La crescita degli spettacoli dal vivo è stata del 3,51, un mezzo boom se si considera che il 2010 è stato l’ anno nero dei consumi in ogni settore, dall’alimentare ai libri. Secondo luogo comune: non si tratta di un’ industria, non produce, non crea lavoro e guadagno. Qual è la grande industria italiana? Ormai non rimane che l’ automobile. L’ industria dello spettacolo nazionale ha lo stesso numero di lavoratori, 250 mila. La differenza è che lo spettacolo crea nuovi posti e l’automobile ne perde, visto che non è possibile de localizzare le fabbriche teatrali. E questo nonostante i tagli alla cultura abbiano fatto perdere soltanto nell’ultimo anno 150 mila ore di lavoro nel settore. L’ auto è un prodotto maturo, se non decotto, e la cultura aumenta ogni anno la redditività: per ogni euro investito ne tornano cinque. Alla luce di queste poche cifre, proviamo a confrontare quanto spazio sui media ha la stagione calcistica e quanto la stagione teatrale, oppure quanti aiuti di Stato sono piovuti negli ultimi anni sulla Fiat e quanti ne hanno ricevuti cinema e teatro. Intendiamoci, gli sprechi esistono. Nessuno ha davvero voglia di riesumare l’ Eti, l’unico ente teatrale pubblico soppresso dall’ultima finanziaria, così com’era, con tutte le pratiche clientelari. Nessuno può negare certi aspetti da baraccone assistito degli enti lirici. Prima di ripristinare il fondo per lo spettacolo, sarà bene riflettere sui criteri di gestione dei teatri stabili italiani, che da Bolzano a Palermo sono in mano da decenni agli stessi staff di dirigenti, una piccola casta. In definitiva, i veri teatri «occupati» d’ Italia, altro che il Valle. Non è neppure un caso che il teatro italiano capace di conquistare il mondo negli ultimi decenni sia nato fuori e contro l’istituzione pubblica, dalla palazzina Liberty di Dario Fo alle cantine romane di Carmelo Bene negli anni Settanta fino ai fenomeni dei Novanta, la Raffaello Sanzio o Pippo Delbono. Per un Luca Ronconi o un Mario Martone che continuano a tenere alta la bandiera degli stabili di Milano e Torino sopravvivono troppi burocrati incistati da troppo tempo nelle comode pieghe del parastato spettacolare. La vita teatrale trova altre strade. Ha saputo raccontare l’ Italia con il teatro civile, rendendolo popolare e tragico, e continua a produrre nei nostri anni novità di valore internazionale, da Emma Dante a Babilonia Teatro, Ricci/Forte, Santasangre, Codice Ivan. Senza contare le centinaia di piccoli gruppi cresciuti nelle periferie, nei centri sociali, nei teatri di quartiere, perfino accanto ai centri commerciali. E il pubblico non manca mai. Nella capitale degli affari, Milano, la borsa crolla mai teatri rinascono e tornano a riempirsi, come i rinnovati e bellissimi Parenti e Puccini, il Piccolo della sede storica di via Rovello. A Milano quest’anno si celebrano i cento anni della prima vera istituzione di teatro pubblico, il Teatro dell’Umanitaria, il primo in Europa ricavato da una fabbrica dismessa, al quale i ventenni Strehler e Grassi s’ ispirano nel dopoguerra per il progetto del Piccolo. Quello che manca, rispetto alla gloriosa epoca del Piccolo, è un terreno d’ incontro fra le istituzioni, trasformate in feudi politici, e la rigogliosa creatività del nuovo movimento teatrale. Il sogno di mezza estate del Valle è servito ad aprire una porta fra i due mondi. La proposta degli occupanti di rendere il Valle la casa della drammaturgia nazionale, classici e nuovi autori, come il Royal Court inglese,è un’ occasione da non perdere e un modo di lasciare un segno forte e tangibile delle celebrazioni per l’ unità d’ Italia.
CURZIO MALTESE